• Benedetta Mori

I pantaloni verdi di Clara - racconto

Aggiornato il: un giorno fa

Clara, una donna sulla trentina, bassa e tozza, esce da una porta di legno verde pastello portandosi dietro una scia di vapore. Si fa strada tra pile di libri, cartoni di cibo e cumuli di spazzatura. Apre lentamente l’asciugamano e si guarda allo specchio. La sua pancia ha un unico rotolo al centro. Ne prende i lembi e fa parlare l’ombelico.

- A Clara piace la sua pancia paffuta. È golosa di tutto, ma ciò che più ama al mondo è la glassa. Non sa descrivere cosa prova quando sente la glassa scricchiolare sotto le dita nel momento in cui afferra, ad esempio, un cornetto. Adora vedere quella polverina inutile che è lo zucchero a velo trasformarsi in lattiginoso nettare lunare. Sogna di immergersi in un enorme bicchiere di glassa, e di uscirne fuori lucente, bianchissima, illuminata dai raggi di un sole dorato, splendida come una diva.

Clara si guarda negli occhi e si abbassa di scatto. Sale sulla bilancia verde vomito che tiene sotto allo specchio. Si chiude gli occhi, poi apre le dita e sbircia: 64 chili. Poteva andare peggio. Controlla che le sue cosce, lì subito sopra al ginocchio, siano ancora abbastanza piccole da stringerle tra i pollici e gli indici. Sdraiata sul letto, solleva le gambe e con pizzichi e massaggi riattiva la circolazione periferica. Sdraiata sulla schiena solleva le gambe e con pizzichi e massaggi riattiva la circolazione periferica, donando ai glutei un momentaneo effetto tonificante.

- Era tanto tempo che non usciva, sapeva che sarebbe stata un po’ arrugginita. Ma non-se-ne-pre-oc-cu-pò.

Salta giù dal letto, tira fuori dall’armadio dei pantaloni di pelle verde prato, un maglioncino a collo alto verde quetzal e degli stivali a punta della stessa folle tonalità. Indossa il completo a forza di salti e spinte. A testa in giù, asciuga i ricci rossi, poi indossa un cappotto bianco a forma d’uovo e dei grandi occhiali squadrati. Clara cammina verso il teatro. La notte è rischiarata solo da flash lontani. Poggia il tacco sulla lana color carminio e intorno a lei scoppiano risa asinine. - Un uovo di dinosauro!

La folla in fila per il biglietto, una decina persone a malapena, tutte con la mascherina e a distanza di sicurezza, la indica da dietro le transenne. Carla si protegge dalla vergogna alzando il bavero del cappotto e dice tra sé:

- Oh no, non se ne preoccupò affatto. Così adesso si ritrova a percorrere questo lungo tappeto della vergogna, desiderando solo di tornare indietro e mettere un normalissimo abito nero.

La sala è semivuota. A terra le briciole e le cartacce di una lunga incuria. Una cagnetta, trascinandosi dietro un guinzaglio rosa, fa pipì. Clara guarda il numero sul suo invito e si siede vicino alla macchia fumante. Luci spente. Un presentatore, calvo e minuto, sale sul palco con un trofeo. Tiepidi applausi.

- Per rispettare il volere delle autorità andrò dritto al sodo, niente letture né proiezioni. Assegnamo il premio a… Clara Sghembari.

Tre riflettori si accendono su di lei. Emozionata, si alza e scivola sulla pozzanghera di pipì. La folla si sporge dalle poltrone, in apprensione. A terra, Clara ride, ride a crepapelle e sogna di esser sepolta da una pioggia di piccoli pasticcini glassati.

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