Cerca

nel mondo di el - racconto di fantascienza

Nel mio mondo non c’è spazio per l’incertezza. La mia vita, così come quella dei miei simili, è scandita da orari e percorsi predeterminati. Il bioritmo che mi è stato imposto fa sì che mi svegli ogni giorno alle sei in punto. Per prima cosa assumo i miei integratori. Poi inghiotto due scatole di Aquagel. Eseguo gli esercizi di mantenimento muscolare per trenta minuti. Prelevo dall’implasticatore e consumo il primo pasto proteico della giornata. Svolgo le operazioni di detersione corporea. Indosso la mia divisa. Poggio una mano sulla porta dell’appartamento in cui vivo e il City Shuttle si presenta davanti a me. Nel percorso tra casa mia e la Clinica non ci sono mai stati rallentamenti e la possibilità di collisione tra due City Shuttle è mantenuta dai Controllori del Traffico Globale sotto la soglia di 1 su 19 miliardi.

La Clinica in cui lavoro è il luogo dove si decide se e come allentare le maglie della Legge di Stabilità: ci occupiamo di valutare richieste di gravidanza e di ritiro dalla vita. Il mio non è un lavoro complesso. Il sistema creato dalla Legge di Stabilità è organizzato come un imbuto e io sono al termine di esso. Noi psicologi, dicono in Accademia, siamo il collegamento tra scienza e merito. È la nostra empatia che ci ha permesso di accedere a questa professione di prestigio. Fin da bambini siamo cresciuti nel dolore degli altri, in ascolto. Tuttavia il nostro lavoro è ora piuttosto meccanico. Ad esempio i dati medici e genetici delle pazienti che desiderano praticare la desterilizzazione sono già stati raccolti da qualcun altro, da qualcuno dei piani inferiori. È già stato valutato l’indice di rischio dell’operazione, ovvero una somma delle possibili complicanze fisiche e psicologiche che in caso di approvazione potrebbero affliggere lei, il suo compagno o la sua compagna, la stabilità sociale e il neonato. In pratica, quindi, faccio solo eseguire loro un test verbale, le cui risposte coincidono nel 79,9% dei casi con il modello della madre perfetta. In caso di esito positivo, contestualmente agli esami di compatibilità genetica tra i due partner si provvede alla desterilizzazione tubarica. Successivamente la donna si sottopone alternativamente a inseminazione artificiale o ad un ciclo di ormoni, se sceglie la fecondazione sessuale. Portata a termine la gravidanza in un ambiente protetto e sotto costante controllo medico, le sue tube vengono richiuse e torna perfettamente sterile. Altri miei colleghi e colleghe si occupano invece di indirizzare anziani, deviati e depressi verso i Centri di Ritiro. È grazie a questo sistema che riusciamo a mantenere il turnover umano al di sotto della soglia critica dei 20 milioni di abitanti. È grazie alla Legge di Stabilità che siamo riusciti ad eliminare ogni incertezza e dolore. Me lo ripeto sempre mentre vado a lavoro. Scendo dal CityShuttle. Aspetto di salire sull’ascensore quando sento uno strano odore. Provo una forte repulsione. È qualcosa che riconosco con la parte più profonda del mio istinto, eppure non ho idea di cosa possa essere, a cosa somigli. E di sicuro non ho tempo di fermarmi a indagarne l’origine. Raggiungo il mio studio e mi preparo a ricevere la prima paziente del giorno, Shaula. Quell’odore, però, mi perseguita. Aquagel. Profumo per ambienti. Niente sembra cancellarlo. Vorrei mettermi del sapone nel naso. Sta assumendo un’intensità insopportabile. Sento dei passi al di là della porta, qualcuno bussa, dico: avanti. È lei. Mi gira la testa, come fa a puzzare così tanto? Shaula si ferma sulla soglia e aspetta un mio cenno, con una timidezza che stona davvero molto se accostata al suo aspetto e alla scia pestifera che si trascina appresso. I suoi capelli sono ispidi, le sue mani tremano. Ma c’è una strana convinzione nei suoi occhi. Si siede e per prima cosa mi rivela che è la terza volta che tenta il test. Dice che non le interessa avere un bambino, desidera solo che il suo apparato riproduttivo torni alla forma naturale. Vuole le mestruazioni. Scavo nella mia memoria ma non riesco a capire di cosa stia parlando. Le spiego in ogni caso che, se la accontentassi, il Governo Centrale potrebbe arrestarla pensando che rifiuti di portare a termine la gravidanza in un ambiente protetto come da prescrizioni. Shaula risponde che non le interessa e che, per etica professionale, sono tenuta a giudicare le pazienti solo sulla base dei risultati del test. Inizio a preoccuparmi, ma non glielo dò a vedere.

Shaula dà tutte le risposte corrette. Le ha imparate a memoria, come molte altre prima di lei, ma non c’è traccia di leggerezza nel modo in cui ripete: questa donna sta facendo qualcosa di importante, come se mentisse per ottenere la verità. Allungo una mano verso di lei, inclino la testa e le dico che nonostante l’alto punteggio non posso approvare la sua richiesta: mi ha confessato lei stessa che non ha nessuna intenzione di attenersi a ciò che ha risposto. Shaula resta in silenzio per qualche istante. Poi all’improvviso si alza in piedi, afferra la penna e me la punta alla gola. Rimango immobile. Mi intima di inviare i risultati al personale medico. Eseguo mentre lei mi controlla. Esce dalla stanza. È finita. Questa follia è finita. È stato solo un momento, adesso va tutto bene. Spero solo di non vederla mai più. Inghiotto qualche cucchiaio di Aquagel per calmarmi, ma subito mi devo occupare di una seconda paziente. Finito con lei mi metto in contatto con la sala operatoria. Dicono che hanno già finito di operare Shaula. Mi chiedono se c’è qualche problema. Rispondo di no. Se sono stata assunta ma non so eseguire bene il mio lavoro la colpa è delle HR, non mia. Le altre pazienti della giornata mi riportano alla normalità.

Il City Shuttle mi preleva come di consueto davanti alla Clinica. A bordo sento di nuovo quell’odore. Shaula. È in fondo al vagone, circondata dal vuoto. Cosa ha fatto fino ad ora, perché non è ancora tornata a casa? Mi guarda, scoppia a ridere. Istintivamente porto le mani alla gola e, proprio in quell’istante, il City Shuttle deraglia.

Sbatto contro qualcosa, sento un forte calore, la sensazione di essere trapassata da parte a parte, di uscire da un confine.

Mi sveglio in un luogo buio che odora di lei.

È un sogno. Non devo aver paura.

Sento qualcosa cadermi sul viso. Si muove. Lento scivola sul collo, sul petto, si sposta lungo il braccio. Adesso mi cammina sulla gamba, è estremamente leggero. Ha il corpo lungo e appuntito. È nero, con sei piccole gambe e due braccia. Non ha volto. Altri di loro si muovono su di me. Sento una fitta, poi un’altra. Grido ma dalla mia bocca non esce nessun suono. Non riesco a muovermi. Sono intrappolata nel mio corpo.

Svengo.

Una voce mi risveglia.

- Sei nel deserto.

Affondo le dita in quel deserto. È composto di una materia fredda, fatta di grani sottili. Liquida e solida allo stesso tempo. Apro gli occhi. Il deserto è una distesa argentea e senza fine. Il cielo scuro brilla di mille piccole luci. Sopra di me Shaula e altre due donne simili a lei sorridono. Mi alzo a sedere, mi gira la testa.

- Cosa mi avete fatto? Chi siete?

Una di loro mi prende da sotto le ascelle e mi mette in piedi. Le mie gambe sono rigide e insieme così molli da non potermi sostenere. Davanti a me un grande buio si avvicina e schiuma. La donna mi fa camminare fino a raggiungerlo.

Shaula dice solenne: - Il grande buio è l’oblio, il grande buio è la verità. Il grande buio è il maestro, l’origine del mondo.

L’ombra mi avvolge. Odora di carne, di sangue. Mi ricorda quello che esala da sotto la porta della Sala Nascite durante le operazioni: passandoci davanti tutti si tappano il naso. Ma io non posso farlo. È troppo grande e potente, mi costringe a respirare.

Le donne continuano: - Il grande buio è sesso, è dolore, è parto, è pianto, è vita, è gioia, è riso. Il grande buio è la realtà nascosta, ciò che scalpita e resiste sotto la bugia chiamata educazione. Esso è l’essenza della tua natura.

Il buio mi lascia andare. Ho paura che le gambe cedano ancora sotto il mio peso. Un vento caldo mi sostiene. Mi volto: Shaula si è fatta gigantesca, davanti a lei brilla un fuoco danzante. Un fumo denso e grigio si alza sopra di me.

- La paura dell’uomo è paura della Loba, della libera e grande cagna, che con il suo morso può rompere le ossa del bufalo e sollevare il cucciolo senza recargli alcun danno. Loba la solitaria vecchia che predica la furia e l’amore, che protegge il suo seme a costo della vita, che è spietata con l’invasore, con il ladro dell’indipendenza. Loba che sa amare e odiare allo stesso modo. Insegna la Loba: per cosa vivi se non hai qualcuno da amare? Per cosa vivi se non hai qualcuno da odiare?

Sì, non è giusto. Al suono delle loro parole, senza capire sento nascermi dentro un calore mai provato. Ho fame. Il mio collo è rigido, ogni muscolo si contrae, i denti si stringono. È questo l’odio?

- Impara, figlia. Odia, odia il castratore, chi ti ha obbligata a chiedere, chi non ti permette di sanguinare, né di morire. Odia te stessa perché glielo hai lasciato fare. Odia la tua sottomissione. Odia l’obolo che hai ricevuto come compenso per aver sacrificato il tuo fuoco sull’altare delle sue leggi.

Voglio conoscere il dolore senza inganni. Voglio urlare, correre.

- Liberati dalla gabbia!

Chiudo gli occhi. Grido e stavolta dalla mia gola emerge un suono prepotente e gutturale, di bestia, di lupa.

Un’infermiera mi guarda accigliata. A quanto pare sono in un letto di ospedale. Non appena si allontana, apro il camice. Sul mio ventre c’è un bendaggio che arriva fino alla spalla, lo sollevo: una ferita mi trapassa da parte a parte. Sul comodino alla mia destra c’è uno specchio. Mi guardo il viso sformato dagli ematomi: adesso anche i miei occhi brillano di fame e desiderio. Accolgo il dolore e mi sporgo ancora per raggiungere la cartella clinica ai piedi del letto: sono lì da una settimana, secondo la prognosi dovrei rimanere altri quindici giorni.

Decido di farmi dare un taccuino suscitando l’ilarità del personale di servizio. E progetto il mio piano di evasione.

All’alba del decimo giorno, quando i lobi della mia ferita si sono ormai ricongiunti, sfrutto il cambio turno per sgattaiolare fuori dalla stanza, dalla corsia, dal reparto e infine in strada, evitando accuratamente l’occhio severo delle telecamere. Nel nostro mondo non si cammina. Si sta in casa o sul City Shuttle, che va su rotaie sopraelevate. Il suolo non esiste per noi. Ma il suolo, adesso, è tutto quello che desidero. Voglio vedere questo mondo che ci costringono a dimenticare. Voglio viverci. Quello che si presenta davanti ai miei occhi è un universo che nella mia vita precedente sarei mai riuscita a immaginare. Uomini e donne sporchi, lividi o allegri, trascinano i piedi per i vicoli maleodoranti, cercando nei cumuli di imballaggi qualcosa da mangiare. Mi avvicina una bambina.

- ... all the king's horses and all the king's men couldn't put Humpty together again.

Si ferma e mi allunga una piccola cosa bianca e morbida. La prendo, è liscia, gelatinosa. Unisce le mani e mi fa segno di metterlo in bocca. Finge di masticare, poi ride e corre via.