• Benedetta Mori

Salvatore - racconto

Aggiornato il: mag 25

Sembra che le persone riescano a rimanere nei loro confini senza soffrire, come se i muri che le proteggono fossero ormai solo simbolici. Dietro le porte chiuse non c’è più niente di cui vergognarsi. È il 1983 e possiamo andare a letto con chi vogliamo: uomini, donne, travestiti. Possiamo convivere con amanti, amici, fratelli e nessuno si permette di giudicare. Le lotte femministe, il diritto alla pornografia e all’amore libero sono beni assoluti, di tutti.

Ma io non sono tutti. Non merito la comunione, la collettività. I miei genitori sono morti giovani, lasciandomi un posto dove stare e denaro a sufficienza da non dovermi preoccupare di lavorare. Anche io vivrò poco. Per questo non mi importa che la mia esistenza sia tanto vuota. Ormai ci sono abituato. A scuola non ero bravo, ma ero magro, cupo e silenzioso, perciò tutti mi credevano un secchione, e mi trattavano come un paria. Ai dancing non mi si avvicinavano nemmeno le prostitute, non davo l’idea di poterle far divertire. Non ho mai dato un bacio, neanche a pagamento. La solitudine è come un dolore fisico che uno sente dappertutto, che non si può localizzare in una sola parte del corpo. Tutto ciò che posso fare per combatterla è accontentarmi dell’intimità degli altri.

Aspetto che faccia buio. Non voglio farmi vedere, né dare spiegazioni. Preso un involto di stoffa dall’armadio, esco dal loculo che chiamo casa e mi addentro nelle viscere del palazzo. Percorro la scala buia che affaccia sull’ampio cortile del palazzo, al cui centro pende un grande riflettore. Arrivo in un piccolo ambiente pieno di tubi e cavi scoperti. Avvicino al muro uno sgabello, mi siedo e mi sporgo in attesa. Davanti a me c’è un chiodo da cui pende uno straccio a fiori. Lo scosto e guardo nell’obiettivo.

Dall'altro lato c'è una stanza da bagno stretta e lunga, rivestita di mattonelle azzurre e disseminata di edere e orchidee in vaso. Sento l’acqua scendere dal rubinetto, lontana. Tiro fuori dall’involto la mia macchina fotografica e la metto al collo. La figlia di Ahmed, Hyam, entra con un fruscìo. È bella come si può essere solo a vent’anni. Formosa, carnagione scura e lunghissimi ricci. Apre l'abito a portafoglio color della sua pelle e resta in biancheria. Si inginocchia, bagna i capelli e li insapona. Siede sul bordo della vasca e li tampona con un asciugamano. Poi slaccia il reggiseno.

Ho caldo, allento la cravatta e apro il secondo bottone della camicia, scoprendo la pelle arrossata del collo. I suoi capelli si spargono come neri serpenti attorno alle cosce e io, con la punta delle dita, allargo il mio punto di osservazione per vederla a figura intera. Assorta, disfa i nodi con le dita. Sembra una ninfa, una dea. Una madonna. Vorrei poggiarle la testa in grembo, protetto da quelle ciocche che la circondano come un velo scuro.

Scatto. Lei mi sente, si guarda intorno.

Chi è?”

Sono un cretino, sono un cretino, stringo i denti e mi batto i pugni sulle tempie. Hyam si alza in piedi e viene verso di me. Deve aver notato la fessura nel muro e non crede più che sia stata l’umidità ad aver sollevato la carta da parati ingiallita. Il tessuto sottile si è logorato attorno al chiodo, è sul punto di strapparsi. Immobile, guardo le sue dita scavare in controluce, finché la stoffa cede. Posso sentire l’odore del suo respiro. Il mio occhio dentro il suo.

Come sei arrivato qui?”

La timidezza mi ha fatto perdere tante occasioni, ma se ho avuto le palle di arrivare fin qui devo trovare anche il coraggio di parlare.

Balla”, dico.

Lei ride e inizia a muoversi cantando quella canzone francese che fa toutes les garçons et les filles de mon âge… È divina. Scatto, scatto come un pazzo. Poi, nascosta dai lunghi capelli bagnati, si toglie le mutande e scompare dietro la tenda da doccia. Il rullino si riavvolge. Lo cambio e salgo al piano di sopra: è l’ora in cui Sandra si conta le smagliature. Non so se tutte le case di ringhiera sono come questa, sta di fatto che qui basta un punteruolo per aprirsi un varco nella vita privata di ognuno: i bagni si sviluppano ai quattro angoli del palazzo, di fianco ai locali di servizio. È il paradiso dei guardoni.


Dalle persiane socchiuse entra la luce pallida del mattino. Ho dormito sopra il letto, senza disfarlo. Indosso solo i pantaloni, aperti sulle mutande bianche. Mi alzo, anche se per nessun motivo vorrei abbandonare i sogni di questa notte. Oggi compio trent’anni. La mia immagine si riflette brevemente nello specchio sul canterale: sono così magro che mi si contano le costole, ma non importa: per la prima volta in vita mia sono felice. Senza accendere la luce vado in bagno e tolgo il rullino dalla macchina. Qualche metro sopra di me, lo so, Hyam sta infilando lentamente delle calze leggere, poi allaccerà il cinturino ai sandali e, fasciatasi in un abito leggero color avorio, correrà giù dalle scale. Apro la finestra.

È una mattina di luglio, una di quelle che sarebbe giusto passare in spiaggia, con una bella ragazza da baciare sulle labbra al gusto di sale. Sembra un paese di mare questo cortile. Ci sono i tipi da bar sport, tre vecchi che se ne stanno tutto santo il giorno a discuter di sindacati e di calcio. Hanno colonizzato il palazzo trent’anni fa con le loro fidanzate. Sono venuti su dalla Calabria e hanno fondato una stirpe. Li detesto, li invidio. Sono tutto quello che non sarò mai: rispettabili, spostati, padri. Richiudo le tende. Nella penombra mi lavo le ascelle e mi faccio la barba col rasoio elettrico. Indosso la solita cravatta nera e il solito completo grigio, metto in tasca i rullini della settimana ed esco.

Ecco, c’è Lilly la sorda che porta a spasso il suo barboncino, riccio come quel buffo cespuglio fiorito che si ritrova in testa. Tempo fa ho visto una cravatta, dello stesso colore dei capelli della vecchia Lilly. Sul cartellino c'era scritto "color lillà". Un altro cane, un grande dalmata, riposa in attesa di una carezza vicino a Sandra, stesa su una sdraio a righe. Ha occhiali da sole rossi e neri, a farfalla. Grossi boccoli biondo paglia le circondano le guance, butterate come arance. Ha labbra gonfie, rosse, divise a metà. Intorno a lei corre Aurora, una bambina sui cinque anni, con due codini neri legati da elastici azzurri, pieni di trine come il suo vestitino dalle piccole maniche a sbuffo. Là infondo Ahmed innaffia la sua giungla privata.

“Salvatore!”

Ahmed è l’unico che mi saluta. Credo lo faccia perché si sente simile a me: un tipo a rischio esclusione sociale. Ma se mi conoscesse davvero non credo che lo farebbe.

Attraverso la strada e mi fermo ad aspettare la corriera, stringendo gli occhi nel sole del mattino. Una quindicina di fermate e arrivo al parco. L’edicolante mi aspetta nel suo chiosco, legge un giornaletto zozzo con addosso la solita felpa del toro.

“Le chiavi te le ho messe dentro Blitz”.

Corinne Clery mi guarda languida dalla copertina, i piccoli seni le spuntano dalla camicia aperta. Histoire d’O, Histoire d’O, lo conoscono tutti quel film, ne parlano anche i ragazzini, non posso farmi vedere in giro con questa roba.

“No, no, dammi Guida TV per piacere. E anche queste”, dico raccogliendo un paio di riviste per famiglie.

Poco lontano, nel retro di un bar fumoso, c’è la porta che quella chiave apre. È lì che vado a sviluppare le mie opere. Appese ad asciugare ci sono le foto dei miei condomini: Lilly, Ahmed, i calabresi e molti altri. C’è chi scopa la moglie sul lavandino, chi si spoglia, chi urla, chi piange, chi mostra il pene a un bambino che lo guarda come un putto confuso. Alla fine far foto è un po' come cacciare, è rubare attimi di vita a belve scontrose. Un cacciatore della mia specie, però, ruba attimi così privati che nessuno li dorrebbe vedere, mai. Eppure c'è sempre mercato per questo genere di cose.

Ho finito, torno al chiosco. Con l’edicolante adesso c’è un uomo. Mi dà di gomito, dice di sapere. Faccio finta di niente, lui mi chiama "umile artista". Chiede se ho con me nuove foto, rispondo che devo ancora sceglierle. Non mi piace avere ammiratori. Restituisco le chiavi e faccio per andarmene, ma lui insiste, mi trattiene per la manica del vestito. Arrossisco e scappo correndo.


È una proprio bella serata. Potevo tornare a piedi, invece sono salito sulla prima corriera e sono già arrivato. Mi fermo a bere a una fontana, mi bagno le mani e mi ravvio i capelli. Mi asciugo ai pantaloni e attraverso la strada, stringendo al petto le riviste e la grossa busta gialla con le foto sviluppate. Infilo la chiave nel portone sgangherato, ma la mia mano trema: non è ancora buio, ci saranno di certo troppe persone. E infatti è così. Sandra è ancora sulla sdraio, assorta nella lettura di un tascabile. Adesso, oltre alla bambina, c’è quel putto biondo di suo figlio. La piccola lo rincorre agitando una bacchetta magica e lui, in sella al suo bolide rosso, taglia in diagonale il cortile per non farsi prendere da quell’adorabile mocciosa. Come se non bastasse, il grosso dalmata si è svegliato dal torpore e li rincorre abbaiando festoso.

Penso per un attimo di passare radente il muro, ma temo di destare i sospetti dei soliti curiosi alle finestre. Camminerò dritto: saranno loro ad evitarmi, come sempre. A un tratto mi sento chiamare. Hyam, forse per imitare suo padre, ha deciso di salutarmi. Il cuore mi batte all’impazzata. Le mie labbra abituate a restare serrate si schiudono in un sorriso timido e sgraziato. In me si accende la speranza di un mondo migliore, la folle idea che mi riconosca e mi accetti lo stesso così come sono. Ma, evidentemente, uno come me non ha diritto di fare questi sogni. E subito arriva la mia punizione. Quel piccolo putto biondo mi investe con la bicicletta. Steso a terra, vedo Sandra coprirsi il viso con il libro: mai che si debba schiodare di lì per occuparsi di qualcuno o qualcosa. Mi alzo di scatto, ma è già troppo tardi. Hyam raccoglie qualcosa da terra e si rialza lentamente. Il mio respiro si ferma. Rossa in viso, gira verso di me una foto che la ritrae mentre si slaccia il reggiseno.

“Non è come sembra…”, dico terrorizzato.

Aurora raccoglie un’altra delle fotografie e la passa a Elio: Lisa, con la faccia corrucciata, si tiene la pancia. Indossa solo gli slip, i suoi seni cadenti penzolano come fiori appassiti. Il bambino mi tira per la manica e chiede:

“Perché hai la foto di nostra mamma?”

Sto per impazzire. Voglio sprofondare, voglio che una voragine si apra sotto di me e mi risucchi, anzi, ci risucchi tutti quanti, insieme a questo segreto. Mi porto le mani alla bocca.

“No Elia, Aurora, tranquilli, non è come sembra. Datela a me. Non guardate, per piacere, datela a me”.

Lisa si sistema gli occhiali da sole e chiama i bambini. Senza che io possa far niente per impedirlo, la raggiungono con la foto.

“Davvero, posso spiegare…", balbetto rivolto ad Hyam.

Lei mi lancia addosso una rivista e urla con tutto il fiato che ha in corpo:

“Come pensi di spiegare?”

Gente del palazzo si affaccia alle finestre. Alcuni inquilini, di varie età e origini, scendono in cortile. In un attimo scoprono di aver fatto da modelli per una bizzarra raccolta di scatti che li ritraggono sotto la doccia, a spogliarsi, a togliersi i calli. La piccola folla avanza verso di me. Il cane abbaia e ringhia. Indietreggio e chiedo scusa in risposta alle spinte e agli insulti. Ma loro gridano soltanto:

“Porco! Malato! Invertito!”

Compare Ahmed. Raccoglie da terra una serie di foto, alcune che lo ritraggono mentre piange con la testa fra le mani, seduto sul gabinetto, altre di sua figlia. Tutto avrei voluto, meno che questo. Mi prende per le spalle, mi mette in mano le foto e mi dà una testata in mezzo agli occhi. Cado a terra. Tutti iniziano a colpirmi. Ripeto:

“Basta, vi prego, basta. Butto via tutto, tutto”.

Hyam si appoggia ad una parete e osserva il linciaggio come ipnotizzata. Aurora stringe forte la mano di Elio. Rivolta alla madre impassibile piagnucola:

“Mamma, digli di smettere”.

L’ultima cosa che vedo prima di perdere conoscenza è una scarpa da donna: mezzo tacco, intarsi di pelle gialla, rossa e verde, un poco usurata. Mi tira un calcio in bocca. Gocce di sangue cadono su un pezzo di fotografia.


La folla si è dispersa. Il mio corpo è a terra, circondato dalle fotografie in pezzi. Hyam si stacca dalla parete a cui è appoggiata e viene verso di me. Mi sistema qualcosa nel taschino. Spero che sia quella foto in cui ha la stessa posa de La vergine con l’uva di Pierre Mignard. Amo quel quadro. Mi sussurra all’orecchio parole in farsi:

“Shab bekheir".

Buonanotte. L'ho sentito in un film. Grazie Hyam, buonanotte anche a te. Vorrei poterti rispondere ma non so più se sono vivo o morto. Con un rantolo mi giro su un fianco e la guardo allontanarsi nel buio. Sorrido nonostante la bocca rotta e piena di sangue. Su di me si accende il riflettore del cortile.

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©2020 - Benedetta Mori