• Benedetta Mori

Rio do Javi - racconto



Mio padre raccoglieva i frutti delle palme. Si arrampicava senza corda, ma un giorno cadde e batté la testa. Iniziò a bere. Quando lo sentivamo scivolare sulla ghiaia, a notte fonda, io e i miei fratelli ci stringevamo sotto alla coperta. Nostra madre era troppo grande e non poteva nascondersi. Doveva dividere con lui il letto e la malattia.

Ci portò a Manguinhos, in una stanza senza finestre. La porta era una tenda di plastica a fiori rossi. Ci sedemmo a terra. Disse che i ragazzi sarebbero andati alla discarica e noi avremmo aiutato le altre donne del quartiere. Facevamo la spesa e portavamo i loro figli a scuola, tenendoli per mano lungo le strade di fango e asfalto, fino al grande palazzo rosso e alle case dei ricchi. La domenica, dopo la messa, io e i miei fratelli seguivamo le ballerine sulla collina. Ci insegnavano a stare sulle punte, ma a mio fratello Javi non piacevano quelle cose. Stava seduto sul bordo della strada, con le gambe penzoloni sulla città. Quel giorno si vedeva il mare. Il sole era quasi sparito. La luna era piccola e piena. Gli dicevamo vieni, bicha! e lui si alzò. Le ballerine gridarono, ci buttammo a terra. Due uomini correvano lungo la collina, scivolando sulla ghiaia. Avevano pistole nere e lucide come i loro capelli.

Mia madre mi prese le mani e disse che Javi era ancora con noi. Io non ci credevo. Per me era solo una foto. Allora mi fece sdraiare sul pavimento e mi disse di chiudere gli occhi. Con delle forbici mi tagliò le ciglia e i capelli. Mi spogliò e mi rivestì. Ci mise accanto. Avevo i suoi stessi occhi. Ero diventata lui. Da quel giorno andai alla discarica. Indossavo i suoi grandi guanti bianchi e non parlavo con nessuno. Quando il sole si faceva troppo forte mi sedevo sotto una tettoia e guardavo le macchie e i graffi lasciati da quello che avevo toccato cambiare e infittirsi giorno dopo giorno come una rete di cicatrici. Se iniziava a vedersi la stoffa dovevo portarli al capo. Mi avrebbe detto che non valevo niente. Mi avrebbe dato un calcio e sarei tornata a lavorare. Quando accadde, disse che solo una stupida scimmia poteva averli consumati così in fretta. Con i miei guanti nuovi e la testa bassa andai dove arrivavano i camion. Era il tempo del carnevale e sentivo che avrei trovato un vestito, il più bello che avessi mai visto. Lo avrei tirato fuori con i guanti puliti. L’avrei indossato e sarebbe stato proprio della mia misura. Avrei seguito la musica lungo le strade che portano al mare, mi sarei confusa tra la gente e qualcuno mi avrebbe fatta salire su uno di quei grandi carri. Trovai invece due bombolette. Uscita dalla discarica, andai alla collina e sull’asfalto a strapiombo sulla città scrissi il suo nome.

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